Tumore al femminile: il ruolo del supporto psicologico durante e dopo le cure

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Ci sono aspetti del percorso oncologico che non compaiono negli esami, nelle cartelle cliniche o nei referti. Sono le emozioni che accompagnano la diagnosi, i cambiamenti nel rapporto con il proprio corpo, le paure legate al futuro, ma anche la ricerca di nuovi equilibri e di risorse che spesso non si pensava di possedere. Per questo il supporto psicologico può rappresentare uno spazio prezioso: un luogo in cui non è necessario mostrarsi sempre forti, positive o rassicuranti per gli altri, ma in cui è possibile dare voce a ciò che si sta vivendo.

Ne abbiamo parlato con la psicologa, psicoterapeuta e psiconcologa Alba Sciarretta, che ci aiuta a comprendere meglio le sfide emotive che molte donne affrontano durante e dopo il percorso oncologico.

Una diagnosi oncologica cambia profondamente la vita di una donna. Quali sono gli aspetti psicologici più importanti da considerare?

Una diagnosi oncologica non riguarda soltanto il corpo. Coinvolge la quotidianità, i progetti, l’immagine di sé e il senso di controllo sulla propria vita. Nei tumori femminili possono essere toccate dimensioni molto intime dell’identità, come la femminilità, la maternità, la sessualità e il rapporto con il proprio corpo.

Inoltre, alcune diagnosi, come il tumore al seno, possono interessare anche donne molto giovani, che si trovano ancora in una fase progettuale della vita. Entrano quindi in gioco temi delicati come la fertilità, la maternità, la coppia, il lavoro e il futuro.

È importante ricordare che non esiste un modo “giusto” di reagire: ogni donna affronta la malattia portando con sé la propria storia, le proprie risorse e le proprie fragilità.

Molte pazienti descrivono la diagnosi come uno spartiacque tra un prima e un dopo. È corretto parlare di lutto?

Sì, spesso possiamo parlare di una forma di lutto, anche se non necessariamente legata alla morte. Si tratta piuttosto della perdita di qualcosa che faceva parte della propria identità: la salute, il corpo di prima, la leggerezza, l’idea di continuità della propria vita. Le emozioni che accompagnano questa esperienza possono essere molto diverse: incredulità, rabbia, paura, tristezza. Non si susseguono in modo lineare e ordinato. Elaborare ciò che sta accadendo non significa “superare” rapidamente l’esperienza, ma trovare gradualmente un modo per integrarla nella propria storia.

C’è il rischio che una donna finisca per identificarsi solo con la malattia?

È un rischio reale. Quando la malattia occupa gran parte delle energie fisiche ed emotive, può accadere che la persona venga vista, dagli altri o da sé stessa, soltanto come una paziente.

Il lavoro psicologico aiuta a mantenere viva la complessità della persona.

Una donna non è il suo tumore: è una persona con una storia, relazioni, desideri, paure, capacità e risorse che continuano a esistere anche durante il percorso di cura.

Qual è il ruolo concreto dello psicologo in questo percorso?

Lo spazio psicologico non serve soltanto ad accogliere la sofferenza. Serve anche a riconoscere e riattivare le risorse della persona.

Risorse emotive, relazionali, corporee e simboliche: tutto ciò che può offrire continuità e sostegno in un momento di grande vulnerabilità. L’obiettivo è aiutare la paziente a sentirsi ancora protagonista della propria storia, anche quando le cure rischiano di farla sentire passiva o definita esclusivamente dalla malattia.

Le cure possono modificare profondamente il rapporto con il corpo. Come si affronta questo cambiamento?

Interventi chirurgici, terapie e trattamenti possono trasformare il corpo sia esteriormente sia interiormente. Per molte donne questo rappresenta un passaggio molto delicato. Il lavoro psicologico offre uno spazio in cui dare parola a queste trasformazioni, alle emozioni che suscitano e alle difficoltà che possono comportare. Non si tratta di forzare un’accettazione immediata, ma di accompagnare la persona nel processo di ridefinizione del rapporto con il proprio corpo.

Si parla spesso della fase delle cure. Ma cosa succede quando le cure finiscono?

È un momento molto importante e spesso poco compreso. Dall’esterno ci si aspetta che la fine delle terapie coincida con un grande sollievo, ma per molte donne non è così semplice. Quando termina il protocollo terapeutico viene meno anche quella struttura fatta di controlli, appuntamenti e punti di riferimento. Restano la paura delle recidive, un corpo cambiato e la necessità di costruire un nuovo equilibrio.

Questo vissuto viene talvolta definito “survivorship distress” ed è una realtà molto più diffusa di quanto si immagini.

Anche sessualità e intimità possono essere coinvolte?

Assolutamente sì. Le cure e i cambiamenti corporei possono influenzare il desiderio, il piacere, il sentirsi desiderabili e il modo di vivere la relazione di coppia. Sono aspetti che spesso vengono affrontati con difficoltà o addirittura taciuti, ma che incidono profondamente sulla qualità della vita e sul senso di identità personale. Per questo meritano uno spazio di ascolto e di elaborazione.

Spesso si parla delle pazienti come di “guerriere”. È davvero un’immagine utile?

L’immagine della “guerriera” può essere di aiuto per alcune persone, ma può anche diventare una pressione.

Molte donne sentono di dover essere sempre forti, positive e rassicuranti nei confronti di chi le circonda. A volte faticano a esprimere paura, rabbia, stanchezza o confusione. Altre volte evitano di fare domande ai medici o di condividere le proprie fragilità con la famiglia per non preoccupare gli altri. Lo spazio psicologico può diventare un luogo di libertà in cui queste emozioni trovano finalmente cittadinanza e legittimità.

Come mi piace spesso ricordare alle pazienti, lo spazio psicologico non è il luogo in cui si impara a essere forti. È il luogo in cui ci si può permettere di non esserlo.

Qual è, in definitiva, il senso del supporto psicologico durante un percorso oncologico?

Accompagnare la persona nel momento che sta attraversando e nel processo più ampio della malattia.

Significa dare parola alle emozioni, riconoscere le perdite, sostenere le difficoltà, ma anche aiutare la paziente a ritrovare risorse, continuità e possibilità di scelta nelle diverse fasi del percorso.

Perché la malattia entra nella vita di una persona, ma non la esaurisce. E prendersi cura della salute significa anche prendersi cura della storia, delle relazioni e dell’identità di chi la sta vivendo.

dott.ssa Alba Sciarretta

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