Quale sport scegliere per un bambino? La scelta parte dai suoi interessi, ma può tenere conto anche di crescita, caratteristiche fisiche, familiarità e benessere. La Dott.ssa Beatrice Mösele racconta perché non esiste uno sport “migliore” in assoluto, ma un’attività più o meno adatta a ogni bambino e alla sua fase di crescita e storia familiare. Con un interessante caso clinico.
Scegliamo lo sport in base a ciò che piace ai nostri figli. Ma se considerassimo anche ciò di cui il loro corpo ha bisogno?
In questo periodo dell’anno basta aprire una chat di classe o fermarsi a parlare con altre mamme perché prima o poi arrivi la domanda: “Ma tuo figlio che sport farà quest’anno?”
Nuoto? Tennis? Calcio? Danza? Ginnastica? Atletica? Arti marziali?
Da mamma, lo so bene: spesso la scelta nasce da una combinazione molto concreta di fattori. Quello che piace a loro, l’amica che va a danza, il compagno che gioca a calcio, gli orari possibili, la palestra vicina a casa. Ed è normale che sia così.
Io, però, questa scelta la guardo anche con un occhio un po’ diverso. Vengo dal mondo dello sport, che ho praticato anche a livello agonistico, e da anni studio e lavoro sull’epigenetica, sulla nutrizione e sulla prevenzione.
All’epigenetica e alla salute del bambino ho dedicato anche un libro, perché è un tema che mi accompagna da tempo: la predisposizione conta, ma conta anche l’ambiente che costruiamo intorno a quella predisposizione.
Alimentazione, movimento, sonno e stile di vita sono alcuni degli strumenti attraverso cui possiamo prenderci cura della salute già durante la crescita. Tra questi, nutrizione e attività fisica sono due ambiti sui quali possiamo intervenire concretamente ogni giorno.
Così, nel tempo, ho iniziato a farmi un’altra domanda:
E se, tra gli sport che piacciono ai nostri figli, provassimo a chiederci anche di cosa ha bisogno il loro corpo?
Non per scegliere al posto loro. Non per cercare a otto anni il futuro atleta. E neppure per trasformare lo sport in qualcosa di clinico, ma perché, se personalizziamo sempre di più nutrizione e prevenzione, possiamo provare a personalizzare anche il movimento.
La storia familiare può darci un’informazione in più
Pensiamo a due bambini della stessa età.
In una famiglia ci sono ipercolesterolemia, ipertensione e una forte familiarità cardiovascolare. Nell’altra diabete di tipo 2, insulino-resistenza e tendenza all’obesità. Ha senso ragionare sul movimento esattamente nello stesso modo?
La familiarità non deve diventare una prescrizione dello sport. Può però darci un’informazione in più su quali caratteristiche può essere utile sviluppare.
- In una famiglia con una forte familiarità cardiovascolare o per dislipidemie, per esempio, può essere interessante che il bambino costruisca nel tempo una buona capacità cardiorespiratoria. Nuoto, ciclismo, corsa, alcune discipline dell’atletica e molti sport di squadra possono offrire, in modi diversi, una componente aerobica importante.
- Quando invece esiste una familiarità per diabete di tipo 2, insulino-resistenza o obesità, c’è un concetto che spesso dimentichiamo: il muscolo non serve soltanto alla forza o alla performance. È un tessuto metabolicamente attivo e contribuisce alla regolazione della glicemia e alla sensibilità insulinica. Diventano quindi interessanti anche quelle attività che coinvolgono in maniera importante la muscolatura: ginnastica, arrampicata, arti marziali, canottaggio e molti sport misti, naturalmente con modalità adeguate all’età.
Non significa che un bambino con familiarità per diabete debba fare canottaggio o che quello con familiarità cardiovascolare debba necessariamente fare nuoto. Sarebbe esattamente il contrario della personalizzazione.
Significa avere un criterio in più, tra le diverse attività che piacciono a quel bambino.
Anche le ossa si costruiscono durante la crescita
Lo stesso ragionamento vale per l’osso.
Quando pensiamo all’osteoporosi pensiamo inevitabilmente all’età adulta. Eppure è proprio durante infanzia e adolescenza che si costruisce una parte importante del patrimonio osseo che ci accompagnerà negli anni successivi.
In presenza di una forte familiarità, le attività in carico e con impatto — corsa, salti, ginnastica, danza, arti marziali e diversi sport di squadra — possono rappresentare uno stimolo particolarmente interessante.
In fondo, la prevenzione ha senso proprio quando comincia prima che ci sia qualcosa da curare.
Ma prima della familiarità viene il bambino
La famiglia ci racconta una parte della storia. L’altra ce l’abbiamo davanti.
Come sta crescendo? Com’è la sua composizione corporea? È naturalmente forte? È molto mobile? Poco flessibile? Coordinato? Qual è la sua struttura fisica? In quale fase della maturazione si trova?
E poi c’è tutto ciò che nessuna bioimpedenziometria potrà raccontarci.
Che carattere ha? Gli piace competere? Ha bisogno del gruppo oppure preferisce uno sport individuale? Si sente capace? Si diverte?
È qui che, secondo me, il ragionamento diventa ancora più interessante.
Perché c’è una domanda che raramente ci facciamo:
Essere naturalmente predisposti per uno sport significa necessariamente che quello sia lo sport di cui il nostro corpo ha più bisogno?
Il paradosso della ginnastica ritmica
È un esempio che conosco bene anche da mamma, perché mia figlia pratica ginnastica ritmica e negli anni ho osservato tante bambine con caratteristiche fisiche molto diverse.
Ci sono bambine naturalmente molto flessibili. E poi ce ne sono altre con una vera ipermobilità articolare.
Sono spesso bambine avvantaggiate nell’esecuzione di alcuni gesti tecnici. Arrivano con facilità dove un’altra bambina deve lavorare molto più a lungo ed è comprensibile che, aumentando il livello, alcune di queste caratteristiche vengano valorizzate.
Ma qui nasce un piccolo paradosso.
La caratteristica che ci rende più performanti è sempre quella che dobbiamo continuare ad allenare di più?
Una bambina già ipermobile potrebbe non avere bisogno di diventare ancora più mobile. Potrebbe avere molto più bisogno di forza, stabilità articolare e controllo neuromuscolare.
Pensiamo adesso alla situazione opposta.
Una bambina meno flessibile può partire tecnicamente svantaggiata rispetto alla compagna naturalmente molto mobile. Alcuni risultati potranno richiedere più tempo e più lavoro.
Eppure proprio per lei la ritmica può rappresentare uno stimolo interessante, perché lavora su qualità che possiede meno: mobilità e controllo.
Stesso sport. Due corpi diversi. Due punti di partenza diversi. Due obiettivi diversi.
Per me personalizzare significa anche questo.
Scegliere ciò in cui sono bravi o ciò che gli manca?
Non credo esista una risposta valida per tutti.
Un bambino può trarre una grande gratificazione da uno sport nel quale le sue caratteristiche naturali gli permettono di sentirsi competente. Per un altro può essere bellissimo scoprire di riuscire, con il tempo, a sviluppare proprio una qualità che inizialmente possedeva meno.
Ma c’è anche un’altra variabile: come quel bambino vivrà quell’ambiente.
Una bambina con una corporatura diversa da quella maggiormente valorizzata in alcune discipline può amare profondamente danza o ritmica e trarne benefici. Ma, soprattutto quando aumenta la componente competitiva, può anche iniziare a confrontarsi con compagne naturalmente più vicine ai criteri fisici e tecnici maggiormente premiati in quella disciplina.
Allo stesso modo, una bambina poco flessibile può migliorare moltissimo con la ritmica, ma potrebbe vedere altre compagne progredire più rapidamente.
Questo non significa affatto che non debba praticarla.
Significa semplicemente ricordarsi che il benessere di un bambino non finisce dove comincia la biomeccanica.
Alla domanda “quale sport farebbe bene al suo corpo?” ne aggiungerei quindi un’altra:
“In quale ambiente potrà crescere sentendosi capace, accolto, motivato e con il desiderio di continuare?”
Artistica, ritmica e danza: non sono la stessa cosa
Le cito perché, soprattutto quando scegliamo uno sport per una bambina piccola, vengono spesso percepite quasi come alternative dello stesso mondo.
In realtà sottopongono il corpo a richieste differenti.
La ginnastica artistica richiede grande forza relativa, potenza, stabilizzazione, controllo del corpo e mobilità. La ritmica associa la forza a richieste particolarmente elevate di mobilità, ampiezza articolare, equilibrio, coordinazione e precisione del gesto.
La danza condivide alcune di queste qualità — controllo posturale, mobilità, coordinazione, equilibrio — e aggiunge una componente importante di ritmo, musicalità ed espressività. Naturalmente, discipline diverse di danza possono produrre stimoli molto diversi.
Nel linguaggio comune capita di dire che una disciplina “accorcia” il muscolo e un’altra lo “allunga”. Scientificamente è una semplificazione eccessiva.
Quello che possiamo dire è che discipline differenti allenano il corpo a produrre e controllare forza in gesti, ampiezze articolari e condizioni differenti e possono quindi associarsi nel tempo ad adattamenti differenti.
C’è poi un altro elemento da ricordare quando osserviamo le atlete di alto livello: non tutto ciò che vediamo nel loro corpo è stato “creato” dallo sport. Esiste anche una selezione. Alcune caratteristiche costituzionali possono favorire la progressione in una disciplina e diventare quindi più frequenti tra chi raggiunge i livelli più elevati.
Ancora una volta: predisposizione, performance e bisogno del corpo non sono necessariamente la stessa cosa.
E gli altri sport?
Anche qui eviterei le etichette troppo semplici.
Pensiamo all’atletica. Viene spesso considerata uno “sport cardio”, ma uno sprinter, un mezzofondista, un saltatore e un lanciatore ricevono stimoli profondamente diversi.
Il nuoto associa un’importante componente cardiorespiratoria a un coinvolgimento muscolare globale. Il canottaggio coinvolge grandi masse muscolari insieme a un lavoro cardiovascolare significativo. Le arti marziali possono combinare forza, coordinazione, equilibrio, rapidità, mobilità e controllo del gesto.
Gli sport di squadra aggiungono accelerazioni, cambi di direzione, salti e coordinazione, oltre a una dimensione relazionale che per alcuni bambini è preziosissima.
Per questo non mi fermerei alla domanda:
“Qual è lo sport migliore?”
Mi chiederei piuttosto:
Cosa allena realmente? Come viene praticato? Con quale frequenza e intensità? E soprattutto: per chi?
E se lo sport che ama lo ha già trovato? Un caso clinico
Qui arriviamo a un caso che mi è rimasto particolarmente impresso.
Qualche anno fa mi è stato inviato un giovane ragazzo da una nota atleta che lo allenava personalmente. Praticava atletica da alcuni anni, la amava ed era già molto coinvolto nel proprio percorso sportivo. Aveva però una struttura fisica importante e una muscolatura particolarmente sviluppata.
La richiesta con cui arrivò da me era precisa: per migliorare nella corsa avrebbe dovuto perdere circa cinque chili.
Vista dall’esterno poteva sembrare una normale richiesta di dimagrimento finalizzata alla performance.
Prima di impostare qualsiasi intervento nutrizionale, però, gli feci una valutazione della composizione corporea attraverso la bioimpedenziometria. E quei cinque chili cambiarono improvvisamente significato.
Cinque chili di grasso da perdere non c’erano.
Il ragazzo aveva una massa muscolare molto sviluppata e una struttura importante, verosimilmente anche costituzionale. Non avevo davanti un ragazzo con un eccesso di tessuto adiposo sul quale intervenire.
Per ottenere comunque una riduzione importante del numero sulla bilancia avrei dovuto fare qualcosa che, dal mio punto di vista, non aveva senso: creare una restrizione calorica non adeguata alla sua età, alla crescita e al livello di attività sportiva, con il rischio di intaccare proprio la massa magra. Non potevo assecondare quella richiesta.
Ma non pensai neppure: allora l’atletica non è lo sport per lui. La amava. E questo cambiava tutto.
La telefonata con la sua allenatrice
La chiamai. Le spiegai quello che avevo trovato, perché non ritenevo corretto farlo dimagrire e le proposi di cambiare prospettiva. Se non potevamo — e non dovevamo — rendere più leggero quel corpo togliendogli massa, potevamo lavorare per renderlo più funzionale alle richieste della disciplina che aveva scelto.
Trovai dall’altra parte una professionista di grande livello e, soprattutto, una grande disponibilità al confronto.
Non ci fu alcuna rigidità sulla richiesta iniziale. Alla luce della nuova informazione, condivise subito il cambio di strategia e ragionammo insieme su quali caratteristiche avremmo potuto migliorare. Decidemmo di mantenere un’alimentazione adeguata alla crescita e all’attività sportiva e di affiancare all’atletica un lavoro specifico con Gyrotonic, orientato soprattutto a mobilità, flessibilità, controllo del movimento e qualità funzionali.
Non abbiamo cercato di cambiare la sua costituzione.
Abbiamo cercato di capire come farla lavorare meglio per lui.
Sono passati diversi anni. Quel ragazzo ha continuato il proprio percorso e oggi pratica atletica a livello professionale.
Naturalmente non sarebbe corretto attribuire il suo percorso successivo a quel singolo intervento. Una carriera sportiva nasce da talento, allenamento, costanza, ambiente e moltissimi altri fattori. Ma quel caso mi è rimasto particolarmente impresso perché racconta molto bene il modo in cui credo si debba lavorare. L’allenatrice aveva individuato un’esigenza prestativa sul campo. Io avevo aggiunto un’informazione attraverso la valutazione della composizione corporea.
Nessuna delle due osservazioni, da sola, raccontava tutto.
È stato il confronto a cambiare la soluzione.
Per me lavorare in équipe significa proprio questo
A volte una famiglia arriva pensando che una valutazione nutrizionale significhi semplicemente ricevere una dieta. Ma quando serve, soprattutto con un bambino o un ragazzo che pratica sport, può essere prezioso confrontarsi direttamente con chi lo allena.
L’allenatore conosce la disciplina, il gesto tecnico e osserva quel ragazzo sul campo. Noi possiamo integrare quelle informazioni con la crescita, la composizione corporea, l’alimentazione, la familiarità e le caratteristiche individuali. Se occorrono altre competenze, entrano nel percorso altri professionisti.
È anche il principio con cui abbiamo costruito PCare:
non far ruotare la persona intorno ai professionisti, ma far ruotare le competenze realmente necessarie intorno alla persona.
Non significa medicalizzare lo sport dei bambini: significa evitare una soluzione standard quando abbiamo davanti corpi, storie, predisposizioni e obiettivi diversi.
Quindi, quale sport scegliere per un bambino?
Alla fine torno alla domanda da cui siamo partiti.
Io partirei sempre da ciò che piace a nostro figlio, perché lo sport teoricamente perfetto che un bambino detesta e abbandona dopo tre mesi difficilmente sarà la scelta migliore. Ma tra le attività che gli piacciono possiamo farci qualche domanda in più.
- Qual è la sua storia familiare?
- Come sta crescendo?
- Qual è la sua composizione corporea?
- Quali sono le sue caratteristiche naturali?
- Cosa gli viene facile?
- Cosa potrebbe essergli utile sviluppare?
- Come vive la competizione?
- In quale ambiente potrebbe stare bene?
E ricordiamoci che scegliere a sette anni non significa scegliere per sempre.
Durante l’infanzia sperimentare attività differenti può essere utile. Il bambino cambia, il corpo cambia, cambiano gli interessi e può cambiare anche lo sport più adatto a quella fase della vita. Inoltre, quando la pratica diventa intensa, evitare una specializzazione eccessivamente precoce può contribuire a ridurre il rischio di sovraccarico e burnout.
Personalizzare non significa trovare oggi “lo sport perfetto”.
Significa avere qualche informazione in più per scegliere meglio oggi, sapendo che domani potremo rivalutare.
Da mamma, forse è proprio questa la parte che mi piace di più di questo ragionamento: non dobbiamo decidere chi diventeranno i nostri figli. Possiamo però osservarli meglio mentre crescono.
E aiutarli a trovare un movimento che faccia bene al loro corpo senza smettere di essere qualcosa che amano.
Non scegliere lo sport al posto di tuo figlio. Aiutalo a scegliere meglio.
dott.ssa Beatrice Mösele