Psicologia, la Fase 2: Gestire la paura e tornare alla normalità

| 7giornipcare, PConsigli
Si è parlato tanto della Sindrome della capanna, della paura della ripartenza e di tutte le sensazioni di disagio, insicurezza e confusione che si provano nel fare i conti con un nuovo ritmo di vita, con i cambiamenti, con i luoghi che prima erano familiari e che oggi viviamo quasi come lontani ed estranei a noi.
Abbiamo contato i giorni, per poter di nuovo uscire, respirare l’aria fresca e riprendere un po’ di sole. All’improvviso ci troviamo davanti il fatidico momento in cui è davvero possibile, ma adesso non ci va più. È una sensazione mista di paura e di insicurezza, di tristezza o ansia per il cambiamento che ci troveremo davanti, unito alla mancanza di un obiettivo.

La sindrome della capanna è un malessere temporaneo o può durare molto tempo?

È una sindrome che implica la voglia di continuare a rimanere nel proprio rifugio e non voler uscire da esso. Non è un vero e proprio disturbo mentale, ma è associato normalmente a una condizione particolare collegata a un lungo periodo di clausura, come per esempio una malattia, o una condizione patologica, o nel caso che abbiamo appena vissuto, alla pandemia del Coronavirus.
Sono stai evidenziati comunque alcuni casi in cui dove un paziente dopo un lungo ricovero o presidio, abbia sviluppato insicurezza, paura e ansia verso il mondo esteriore. E sembra che questa sensazione stia accompagnando anche molto persone alla fine del lockdown.
Anche alcuni sintomi sono simili, come appunto la voglia di non uscire e rimanere a casa, collegati ad un eventuale stato ansioso, la sintomatologia sopra elencata potrebbe assomigliare a chi soffre di agorafobia che è una vera e propria fobia che nasce in seguito a circostanze personali particolari e che richiede un accompagnamento terapeutico specifico per questo disturbo.
Le nostre case sono diventate il luogo in cui possiamo scappare dal virus ed essere sicuri, dove le nostre giornate scorrono ormai con una routine acquisita in questi mesi che ora dobbiamo di nuovo abbandonare per buttarci in un mondo pieno di insicurezze e incertezze. Non siamo abituati più ad uscire, e non uscendo più ciò che c’è la fuori ormai non lo conosciamo più, e quindi iniziamo a immaginare le cose peggiori e aumentano le paure: paura del futuro, della malattia, del prossimo, di prendere decisioni, di avere una vita non organizzata da un’autorità.
Per molte persone queste paure sono più forti e più scomode di un confinamento in un piccolo appartamento senza mezzi.
Ma c’è anche un altro punto, il lockdown ci ha obbligato a rallentare, a stare coi nostri cari e riscoprire la nostra casa. Molte persone che hanno vissuto bene questo periodo potrebbero essere restie a un rientro nella caotica vita quotidiana, fatta di stress e attimi rubati.
Un altro motivo d’ansia è collegato al fatto che ciò che si vede non è più lo stesso. Le cose sono cambiate e non si sa se torneranno come prima, alcune imprese e negozi sono chiusi o aperti con limiti d’orario e di ingresso, i bambini sono ancora a casa, bisogna fare attenzione alle distanze tra le persone e non ci si può avvicinare. Oltre al fatto che molto spesso non si ha nemmeno un valido motivo per uscire, e ci si trova spersi girando intorno al proprio quartiere.
Tutte queste situazioni possono generare ansia o tristezza, e far perdere la voglia di uscire. Ma a volte è meglio provare a fare le cose a piccoli passi, provare ad uscire un po’ con le dovute precauzioni, ed avere pazienza, nella speranza che questo periodo passi per ritornare ad abbracciarci e non avere più paura.
La paura di per sé non è una cosa negativa: ci fa essere più responsabili e prudenti, e ci aiuta a rispettare le misure che ci danno le autorità sanitarie. Inoltre combattere contro la paura, quando invece la proviamo, fa si che questo sentimento cresca ancora di più e ci paralizzi. È importante invece accettarla, e cercare di superarla provando a uscire, ma portando con noi la responsabilità e le precauzioni necessarie.
In generale il lockdown in sé non ha conseguenze dirette né sul nostro corpo, né sul sistema immunitario. Sicuramente invece ci possono essere conseguenze sullo stato psicologico derivanti da diverse casistiche: dall’ansia per la malattia, a eventuali rapporti tesi con i famigliari, a situazioni difficili di convivenza e di spazi, a maggiori difficoltà di vivere il confinamento a cause di disturbi mentali o fisici, o molto altro.
In caso si verifichino alcune di queste condizioni lo stress e l’ansia generata da tali situazioni può indebolire e stressare anche il nostro corpo e il nostro sistema immunitario.
Per questo è importante non fare finta di niente se ci dovessimo sentire debilitati psicologicamente, ma cercare di accettare e superare le nostre paure, chiedendo aiuto a chi ci sta vicino o anche a uno psicologo che ci possa seguire in questi difficili momenti. In questo periodo di lockdown si è affermata la terapia psicologica online come forma alternativa altrettanto valida e funzionale, alla terapia tradizionale, e che può essere realizzata anche a distanza.
La situazione che abbiamo vissuto ci ha portato a riflettere su chi siamo e sul ruolo che abbiamo sia all’interno della nostra collettività, della nostra società ma anche come esseri umani. Da queste riflessioni, ci sono alcuni punti che dovremmo cercare di portare sempre con noi, perché siano spunto di riflessione e ci permettano di affrontare le cose in maniera più responsabile e serena:
  • La vulnerabilità. Non siamo invulnerabili e a volte ce ne dimentichiamo, ma è importante ricordarselo per prendersi cura di sé stessi, di chi ci circonda e dell’ambiente in cui viviamo.
  • La nostra interiorità. Non esiste solo il divertimento, è importante andare a fondo dentro noi stessi per scoprirci davvero e apprezzare le cose bella della vita, come il silenzio, la natura, la nostra respirazione, ascoltare i battiti del nostro cuore, e tante altre piccole cose che possono aprirci gli occhi verso l’infinito.
  • La solidarietà. È importante ricordarci che viviamo in una società, e dobbiamo aiutarci gli uni con gli altri.
  • Austerità, o ancora meglio la semplicità. Le cose semplici sono le migliori, e anche se sembra una frase fatta, accontentarci di poco molto spesso ci fa vivere meglio. In questo periodo di clausura e paura abbiamo capito cos’è e chi è importante nella nostra vita. Ed era tutto molto più semplice del trambusto che ci creiamo nella vita normale. Sarà importante ricordarselo.

Non ci dimentichiamo però dei bambini, come possiamo aiutarli? Quali sono le strategie che un genitore può applicare per aiutare il figlio a superare le paure?

Bisogna riportarli passo dopo passo verso una nuova normalità. I bambini più elastici mentalmente, più dinamici e più creativi, riusciranno a riadattarsi più in fretta. I bambini si riadattano velocemente se trovano le condizioni giuste in grado di aiutarli in questo processo di rielaborazione. Non si può quantificare un tempo specifico, questa fase può avere una durata differente da bambino a bambino, anzi da famiglia a famiglia, in quanto l’ambiente in cui si vive è molto condizionante. Genitori ansiosi, in allarme, trasmettono ansia e pericolo imminente, anche in maniera indiretta. Non basta dirgli che andrà tutto bene per rassicurali, non bastano le parole, perché la nostra comunicazione è prettamente non verbale.
Si accorgono dallo sguardo che c’è paura e capiscono che non possono stare tranquilli.
“Se tu che mi devi proteggere non sei tranquillo, perché lo devo essere io?”.
Percepiscono la tensione dall’irrigidimento muscolare, dalla velocità dell’eloquio, dal tono della voce e dalla velocità o rigidità dei movimenti. Anche se non sembra, i bambini sono degli acuti osservatori. Se si inviano messaggi contraddittori e in contrasto tra loro tipo: “andrà tutto bene ma io sono in ansia, preoccupato e non sto tranquillo per niente”, capiscono che c’è un problema e, invece di parlare con il genitore, colmano il vuoto con la loro ipotesi, rimangono in allerta perché la situazione non è chiara e non capiscono se gli viene detta la verità.

Imparare a convivere con il coronavirus è l’unico modo per ripartire. Paola chiave? Gradualità.

Le regole da seguire ormai le conosciamo, le dobbiamo rispettare e possiamo gradualmente riprendere a vivere la nostra nuova vita. Solo così potranno ripartire anche i bambini e portarsi dentro un’esperienza particolarmente intensa, anche stressante per certi versi, ma non traumatica. Non servono forzature, anzi, con la costrizione si ottiene solo l’effetto contrario.
Si deve partire dal togliere alcuni sistemi di sicurezza e iniziare ad affrontare la paura stessa, senza contrastarla.
  • Bisogna abituare il cervello al nuovo. Solo agendo e uscendo dall’immobilismo psichico possiamo fargli capire che non ci dobbiamo accomodare sulle nostre rassicuranti abitudini.
  • Bisogna partire con uscite progressive nei luoghi più familiari e conosciuti, in modo tale che capiscano, e che vedano con i loro occhi, che si può vivere con tutte le dovute precauzioni e che non ci ammala se si seguono le regole.
  • Bisogna farli confrontare con le loro paure e non eccedere con le rassicurazioni.
Un bambino ansioso ha bisogno di essere continuamente rassicurato, ma la rassicurazione non è la soluzione al problema e lo possiamo constatare dal fatto che chiedono e richiedono fondamentalmente sempre le stesse cose. È una tentata soluzione che placa illusoriamente l’ansia solo in quel momento, rischiando di creare un legame affettivo morboso, di andare a intaccare la loro capacità esplorativa e di portare il bambino a stare sempre vicino alla persona di protezione e di rassicurazione. La relazione tra genitore e figlio non può essere mediata dalla paura. In questo modo il bambino rischia di rinunciare a confrontarsi con i propri limiti, il problema si può cronicizzare e incrementa la possibilità che sviluppino comportamenti evitanti, ansia, ipocondrie e anche ossessioni.
I bambini devono riacquistare fiducia nell’ambiente che li circonda, nelle proprie risorse e nelle capacità personali. Invece di dare subito soluzioni, è importante ascoltarli, farli parlare, stimolarli senza bugie, con parole idonee per il loro sviluppo che facciano vedere la realtà senza creare falsi allarmismi. Le risposte si possono trovare insieme, devono sperimentare la loro autoefficacia nell’uscire dal problema, passo dopo passo. Quando si parla con loro, non si deve sottolineare l’accento sulle persone pericolose o sui posti pericolosi, si deve porre l’accento sui comportamenti pericolosi da evitare.
I bambini, inoltre, tendono a proteggere i genitori, e a volte non esternano il loro mondo interiore per evitare di aggiungergli un ulteriore carico emotivo. Per questa ragione è importantissimo guardarli spesso dentro gli occhi. Possiamo mentire con le parole ma non con lo sguardo.
Bisogna farli disegnare, giocare, scrivere, tirar fuori ciò che hanno dentro. Si deve stimolare la loro parte creativa. La creatività attiva il cervello, aiuta a concentrarsi su altro, è un buon antidoto contro la paura (anche per noi adulti).
Ogni bambino ha il suo tempo, però in tanti erano già molto sensibili e ansiosi prima del coronavirus. Se la paura ha trovato un terreno già fertile e predisposto, ha messo radici profonde e in quel caso è importante confrontarsi con uno specialista per evitare che nel corso del tempo si possano sviluppare disturbi nella sfera ansio-depressiva, relazionale o somatica.

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